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“…nel manicomio, dopo poco si accorse di poter parlare, pur rimanendo vigilante, i deliri dei diversi matti e tali voli poterli fare anche più ampi, e più brucianti di fosforo, tanto che tante volte i matti si fermarono, come per un secondo ravveduti, vedendo nelle parole del figlio del farmacista lo specchio di sé ma un sé ancora più sviluppato e preciso; si accorse dunque, dopo poco che viveva in manicomio, il figlio del farmacista che i matti non erano per lui un mistero ma con estrema facilità s’impadroniva del loro pazzo pensiero tanto da poter discorrere la loro lingua, cosa rarissima, tanto che il pazzo, come ho detto, alcune volte si ferma, come vinto, e sbalordito, e poi sì riprende il suo pensiero, riprende il suo cammino di matto, ma nonostante, nonostante, chissà mai?”

Mario Tobino, “Il figlio del farmacista” (1942)



 

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